I giovani non vogliono fare sacrifici, siamo sicuri sia proprio cosi ?

Non credo che i giovani di oggi abbiano desideri e aspettative molto diversi da quelli che avevo io 35 anni fa.

A venticinque anni avevo già un’attività di consulenza avviata, un ufficio e dei clienti. Sulla carta tutto funzionava: una professione, un’attività, una strada apparentemente sicura.

Eppure sentivo che non era il mio posto.

Volevo un lavoro che mi permettesse di esprimere chi ero davvero. Avevo voglia di viaggiare, incontrare persone, costruire relazioni, mettermi in gioco e dimostrare a me stesso che potevo trovare soddisfazione anche in altri settori.

C’era anche un’altra motivazione. La rivalsa sociale.

Sono orgogliosamente figlio di una famiglia normale italiana: mia madre casalinga e mio padre marittimo. Avevo il desiderio di costruire qualcosa di mio e di spingermi oltre il punto da cui ero partito.

Così ho lasciato il sicuro per inseguire quella sensazione.

È così che è iniziato il mio percorso nel settore immobiliare.

Oggi sento spesso una domanda molto simile da chi si affaccia al mondo del lavoro:

“Tra un anno sarò una persona diversa ?”

“Tra tre o cinque anni potrò comprarmi una casa ? Costruire una famiglia ? Realizzare i miei progetti?”

Si dice spesso che i giovani non siano più disposti a fare sacrifici.

Io penso esattamente il contrario.

Basta guardare quanti lavorano in grandi aziende, spesso con stipendi modesti, contratti precari e prospettive di crescita che non sempre si trasformano in realtà. E questo, purtroppo, vale anche per il nostro settore.

I sacrifici li fanno eccome.

Quello che chiedono è che quei sacrifici abbiano un senso.

Che esista un percorso chiaro.

Che l’impegno venga riconosciuto.

Che la crescita sia concreta e non soltanto raccontata.

Il mondo che abbiamo trovato noi a venticinque anni non esiste più.

Molti mercati sono maturi, la concorrenza è enorme e le opportunità raramente aspettano di essere raccolte.

Bisogna costruirle.

Con strumenti diversi.

Con mentalità diverse.

Con un modo diverso di fare le cose.

Quando ho dato vita a Hasamia ho provato a partire proprio da questa riflessione.

Non immaginando l’ennesima agenzia immobiliare, ma un modello ibrido dove tecnologia, formazione ed esperienza possano accelerare la crescita delle persone. Un modello etico, inclusivo e generativo, nel quale le persone non si sentano utilizzate ma valorizzate per ciò che sono e per il contributo che portano.

Perché credo che oggi le persone non abbiano bisogno di promesse.

E nemmeno di sogni. Quelli li facciamo la notte.

Hanno bisogno di percorsi.

Percorsi chiari, misurabili e sostenibili.

Di sapere non soltanto cosa potranno diventare tra dieci anni, ma quali risultati concreti potranno costruire nei prossimi mesi.

Quando avevo venticinque anni ho lasciato una strada che sembrava sicura.

Ho fatto scelte simili anche a quarant’anni e, più recentemente, a cinquantasette.

Per questo faccio fatica a credere che la voglia di costruire qualcosa appartenga soltanto ai giovani.

Appartiene a chiunque non abbia smesso di mettersi in discussione.

Forse la vera sfida per chi fa impresa oggi non è insegnare qualcosa alle nuove generazioni.

Forse è costruire organizzazioni capaci di meritare il loro talento.

Io, nel mio piccolo, sto provando a farlo.

Alla prossima settimana.

Cassiano

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